COP 30: un esito deludente che segna, comunque, la vittoria della scienza
Pierangelo Andreini - ATI Associazione Termotecnica Italiana
Come era da attendersi, in un contesto dominato da molteplici preoccupazioni belliche e dall'ansia del riarmo, la COP 30, la 30° Conferenza Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC - United Nations Framework Convention on Climate Change), svoltasi a Belem in Brasile dal 10 al 21 novembre, si è conclusa senza esplicitare, nella dichiarazione finale, programmi e obblighi adeguati e precisi.
Target coerenti con il fatto che la responsabilità dell'uomo nel cambiamento climatico è assodata da tempo, con buona pace dei negazionisti, e che le emissioni antropogeniche di gas serra che lo determinano, in primis la CO2 prodotta dalla combustione dei fossili, devono essere drasticamente ridotte.
Non avendo deciso alcunché sul raggiungimento del traguardo di fondo del "phase-out" del consumo delle energie sin qui tradizionalmente utilizzate, carbone, petrolio e gas, cioè sulla loro graduale eliminazione.
Un obiettivo declassato a "tansitioning away", ovvero "phase-down", progressiva riduzione, dalla 28° a Dubai, ma chiaramente dichiarato come tale in quella circostanza (1).
Sul punto il "Global Mutirao: Unity humanity in a global mobilization against climate change", il documento approvato al termine della Conferenza, è stato, al contrario, molto generico.
Non c'è alcun obbligo di abbandonare i "fossili", il cui termine non viene nemmeno citato.
Come non compaiono percorsi da seguire e target vincolanti da raggiungere, chiari e specifici, per compiere la transizione energetica, cui il testo fa cenno solo accidentalmente.
Se ne parlerà, si spera, tra un anno, se i tempi lo consentiranno, alla prossima assise, la COP 31, in programma ad Antalya in Turchia, a fine 2026.
Ciò detto, nella dichiarazione stilata al termine del summit resta, tuttavia, la positiva, esplicita conferma dell'accordo di Parigi, apparso molto vacillante in questi ultimi tempi. L'intesa intervenuta dieci anni fa, nel 2015, durante la 21° COP, della quale è stato celebrato il decennale.
E rimane, conseguentemente, il ripetuto richiamo alla necessità di contenere l'aumento della temperatura media superficiale del pianeta ben al di sotto di 2 °C del valore medio preindustriale (1850-1900). Unitamente a quello di proseguire gli sforzi
per limitarlo possibilmente a 1,5 °C, riconoscendo tale impegno essenziale per mitigare l'impatto del riscaldamento globale (2).
Un esito deludente, dunque, di cui è stata complice primaria la posizione assunta dagli USA sin dall'inizio dell'anno, quando il 20 gennaio il Presidente Donald Trump ha firmato l'ordine esecutivo con cui ha disposto il ritiro degli States (con decorrenza gennaio 2026) dal predetto patto di Parigi e la cessazione degli oneri finanziari assunti dagli USA nell'ambito dell'UNFCCC.
Una posizione enfatizzata dal Presidente nel suo discorso rivolto all'80° Assemblea dell'ONU, lo scorso 23 settembre, nel quale ha definito le politiche di contrasto al mutamento del clima la più grande truffa mai perpetrata, sostenendo, tra l'altro, che il carbone è bello e pulito.
Con questo, misconoscendo il ripetuto allarme sull'aumento della temperatura globale e sul peso crescente dei danni che esso determina sulle economie del Pianeta, specie sulle più fragili dei Paesi in via di sviluppo.
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Non avendo deciso alcunché sul raggiungimento del traguardo di fondo del "phase-out" del consumo delle energie sin qui tradizionalmente utilizzate, carbone, petrolio e gas, cioè sulla loro graduale eliminazione.
Un obiettivo declassato a "tansitioning away", ovvero "phase-down", progressiva riduzione, dalla 28° a Dubai, ma chiaramente dichiarato come tale in quella circostanza (1).
Sul punto il "Global Mutirao: Unity humanity in a global mobilization against climate change", il documento approvato al termine della Conferenza, è stato, al contrario, molto generico.
Non c'è alcun obbligo di abbandonare i "fossili", il cui termine non viene nemmeno citato.
Come non compaiono percorsi da seguire e target vincolanti da raggiungere, chiari e specifici, per compiere la transizione energetica, cui il testo fa cenno solo accidentalmente.
Se ne parlerà, si spera, tra un anno, se i tempi lo consentiranno, alla prossima assise, la COP 31, in programma ad Antalya in Turchia, a fine 2026.
Ciò detto, nella dichiarazione stilata al termine del summit resta, tuttavia, la positiva, esplicita conferma dell'accordo di Parigi, apparso molto vacillante in questi ultimi tempi. L'intesa intervenuta dieci anni fa, nel 2015, durante la 21° COP, della quale è stato celebrato il decennale.
E rimane, conseguentemente, il ripetuto richiamo alla necessità di contenere l'aumento della temperatura media superficiale del pianeta ben al di sotto di 2 °C del valore medio preindustriale (1850-1900). Unitamente a quello di proseguire gli sforzi
per limitarlo possibilmente a 1,5 °C, riconoscendo tale impegno essenziale per mitigare l'impatto del riscaldamento globale (2).
Un esito deludente, dunque, di cui è stata complice primaria la posizione assunta dagli USA sin dall'inizio dell'anno, quando il 20 gennaio il Presidente Donald Trump ha firmato l'ordine esecutivo con cui ha disposto il ritiro degli States (con decorrenza gennaio 2026) dal predetto patto di Parigi e la cessazione degli oneri finanziari assunti dagli USA nell'ambito dell'UNFCCC.
Una posizione enfatizzata dal Presidente nel suo discorso rivolto all'80° Assemblea dell'ONU, lo scorso 23 settembre, nel quale ha definito le politiche di contrasto al mutamento del clima la più grande truffa mai perpetrata, sostenendo, tra l'altro, che il carbone è bello e pulito.
Con questo, misconoscendo il ripetuto allarme sull'aumento della temperatura globale e sul peso crescente dei danni che esso determina sulle economie del Pianeta, specie sulle più fragili dei Paesi in via di sviluppo.
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Fonte: La Termotecnica dicembre 2025
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